lunedì 22 agosto 2011

Roma dai capelli bianchi



La mattina mi sveglio, in questo nuovo posto, circondata da alberi e clacson, e sono inondata da una luce irreale, quasi finta. Il letto balla e fa strani rumori il pavimento color mattone e le pareti troppo bianche il disordine mentale e fisico odore di detersivo alla lavanda il bagno dello stesso colore delle coperte delle navi. Ci entro, mi ci tuffo ed esco venti minuti dopo con il viso restaurato, vado in cucina, mangio uno yogurt e bevo il caffè seguito a tappo dalla prima sigaretta della giornata.
Lancio un’occhiata alla strada, alla chiesa, alle vite che sgambettano di sotto, e mi sento grande; grande come gli operai, come le colf, come i nonni che non riescono a dormire per più di quattro ore a notte. Mi blocco a guardare le cose più futili, studio la cucina e le posate, il bigliettino caduto per sbaglio in corridoio, le foglie del mio basilico, il ghiaccio che si è formato in freezer. La mattina impiego circa un’oretta per prepararmi perché mi fisso sulle cose inutili.

Poi inizia il giro sull’autobus. Una signora di cinquant’anni circa, affetta da nanismo, urla ‘quanto sono stata scema a pensare che potesse lasciare sua moglie per me, quanto sono stata stupida! Ma adesso, adesso voglio tutto nero su bianco’. Grida con una voce che non è la sua, fissando un punto indefinito davanti a sé. Gli altri passeggeri non la guardano nemmeno, continuano a fissare i finestrini e leggere libri, affetti dal mutismo delle sette.
L’autista, inespressivo, guida piano, appagato dal suo kit portafortuna sulla consolle: telefonini, i-pod e tabloid.
Un signore di settant’anni, seduto nei posti sull’ultima fila, se la prende con la lingua dei conquistadores e, fissando un ragazzo sudamericano inizia ad imprecare: ‘siete delle bestie. La vostra lingua, la lingua dei conquistadores, ci ha rovinati tutti!’.
Scendo sulla Nomentana e sono già esausta, pronta a fumare un’altra camel.




Cambiare casa. Non voglio pensarci più. Sentire il peso delle scelte diverse, prendere strade differenti per poi perdersi, tornare indietro e tentare con l’altra via per poi scoprire che porta ad una casetta per quattro persone che per ora ne ospita soltanto due, tutto più ordinato, più serio, più strano. Pensare alle vite degli altri come vite ancora confuse e per questo più ricche, più imprevedibili, con più obiettivi. Vivere con la consapevolezza che queste parole rimarranno incomprensibili per i miei amici migliori e la sensazione di essere stata sbattuta di forza nel mondo dei grandi. Cambiare casa e perdere la spensieratezza incarnata in una faccia sorridente con la passione per il sonno, portare con sé tutti gli oggetti più stupidi per far finta che il contorno rimanga uguale, credere che sia tutto più facile. Perdere tutte le pentole vecchie e doversi abituare a quelle nuove, perdere confidenza con i suoni abituali e doversi preoccupare per i nuovi, credere ad un nuovo tipo di amore che si nutre di pochi intensi momenti di abitudine serale, leggere meno, sognare di meno, emozionarsi un po’ meno, sentirsi più maturi dei quarantenni, assecondare i bisogni di tutti e i desideri di tutti, sentire la mancanza di genitori e parenti, perdere di vista una delle persone più importanti della tua vita, vivere di pomeriggi sprecati sugli autobus e di spese fatte male, scatoloni in corridoio e occhiaie nere anche d’estate.

1 commento:

  1. Non per farti eco, ma e' uno dei tuoi post migliori. Riesco a vedere tutto quello che vedi tu, e questo vale il prezzo del biglietto. Vedi che lo scrivere e' una bellissima cicatrice che non ti lascia mai?

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