L'illusione del sole.
Cerchiamo tutti la nostra Sydney per scappare dall'inverno della vita. Noi siciliani lo sappiamo bene cosa significa il sole, e sappiamo anche che spesso ci fa sbagliare strada, e ci fa credere che tutto sia illuminato. Non tutte le strade lo sono, e in genere lo scopriamo troppo tardi.
Cerchiamo tutti la nostra Sydney per scappare dall'inverno della vita. Noi siciliani lo sappiamo bene cosa significa il sole, e sappiamo anche che spesso ci fa sbagliare strada, e ci fa credere che tutto sia illuminato. Non tutte le strade lo sono, e in genere lo scopriamo troppo tardi.
Ho conosciuto Marco a Roma, in occasione di un concorso di racconti, in un momento in cui ero nel pieno della mia voglia di scoprire il sole. Di tutti i racconti selezionati per la raccolta, il suo fu quello che mi piacque di più. Il suo il suo stile asciutto in cui si leggeva l'influenza di Carver ed Hemingway, mi ha subito svelato che avevo davanti a una persona che di ricerca il contenuto più che la forma. Abbiamo parlato di letteratura per ore ed ore, giorni forse.
Marco mi parlava di Bukowski e Celine con la passione che io avevo per Pasolini, Bianciardi e Flaiano. La scrittura con lui è sempre stata una cosa seria.
Viveva già Sydney, da qualche tempo, ed era interessante scoprire come se la passasse dall'altra parte del mondo. C'era il sole, quasi sempre. In Quando piove diluvia, vedo la disillusione di chi credeva che l'estate durasse tutto l’anno. Abbiamo aspettato il sole con pazienza finché non è arrivato il tempo della generazione successiva, «noi non abbiamo mai smesso di aspettare ed è per questo che tutto ci fa sentire temporanei».
Utilizzando il sole e la pioggia in chiave metaforica, mette in contrapposizione, fin dall'inizio, la luminosità vacua, spensierata e cromaticamente perfetta di Sydney, con un sole nero che brucia tutto siciliano, un sole che coccola ma immobilizza dall'altra parte. La terra d'origine è una culla in cui Mattia non può essere ferito.
Da Messina, città in cui il mare unisce e separa dalla terraferma, il viaggio di Mattia ci conduce a Sydney, mostrando un desiderio viscerale di ‘scappare’. L'emozione che ne consegue è un'emozione positiva, di felicità. Ma Mattia ci dice anche che la felicità è costosa da mantenere e a volte far surriscaldare il motore.
Il sole, la leggerezza iniziale di Sydney, nel libro impersonata da Will, alter ego dell’autore, pian piano perde consistenza. Mattia dice: «non lo so Will. Ogni tanto pare una vita fino a sé stessa. Esci, ti devasti e ritorni a casa. Intanto il mondo sta là a farsi i fatti suoi».
La consapevolezza della vita adulta prende forma nel modo peggiore, prima con una separazione dalla donna amata, poi con un problema di salute. È allora comincia a vedere gli ‘estranei’, ed è allora che capisce davvero chi è. Il ritorno ad una dimensione infantile, necessario per la ricerca di un baricentro quando il mondo si fa ostile, lo aiuta a realizzare che le radici sono l'unica cosa che lo tengono in piedi durante il diluvio. Allora comincia a sognare, a trasfigurare la realtà e vedere tutti i fantasmi che lo circondano nella sala dell'ospedale come ‘estranei’ che lo costringono a ritrovare l'identità. Gli ‘estranei’ costringono Mattia a ‘guardarsi allo specchio’, a ricostruire una scala di priorità.
Marco mi parlava di Bukowski e Celine con la passione che io avevo per Pasolini, Bianciardi e Flaiano. La scrittura con lui è sempre stata una cosa seria.
Viveva già Sydney, da qualche tempo, ed era interessante scoprire come se la passasse dall'altra parte del mondo. C'era il sole, quasi sempre. In Quando piove diluvia, vedo la disillusione di chi credeva che l'estate durasse tutto l’anno. Abbiamo aspettato il sole con pazienza finché non è arrivato il tempo della generazione successiva, «noi non abbiamo mai smesso di aspettare ed è per questo che tutto ci fa sentire temporanei».
Utilizzando il sole e la pioggia in chiave metaforica, mette in contrapposizione, fin dall'inizio, la luminosità vacua, spensierata e cromaticamente perfetta di Sydney, con un sole nero che brucia tutto siciliano, un sole che coccola ma immobilizza dall'altra parte. La terra d'origine è una culla in cui Mattia non può essere ferito.
Da Messina, città in cui il mare unisce e separa dalla terraferma, il viaggio di Mattia ci conduce a Sydney, mostrando un desiderio viscerale di ‘scappare’. L'emozione che ne consegue è un'emozione positiva, di felicità. Ma Mattia ci dice anche che la felicità è costosa da mantenere e a volte far surriscaldare il motore.
Il sole, la leggerezza iniziale di Sydney, nel libro impersonata da Will, alter ego dell’autore, pian piano perde consistenza. Mattia dice: «non lo so Will. Ogni tanto pare una vita fino a sé stessa. Esci, ti devasti e ritorni a casa. Intanto il mondo sta là a farsi i fatti suoi».
La consapevolezza della vita adulta prende forma nel modo peggiore, prima con una separazione dalla donna amata, poi con un problema di salute. È allora comincia a vedere gli ‘estranei’, ed è allora che capisce davvero chi è. Il ritorno ad una dimensione infantile, necessario per la ricerca di un baricentro quando il mondo si fa ostile, lo aiuta a realizzare che le radici sono l'unica cosa che lo tengono in piedi durante il diluvio. Allora comincia a sognare, a trasfigurare la realtà e vedere tutti i fantasmi che lo circondano nella sala dell'ospedale come ‘estranei’ che lo costringono a ritrovare l'identità. Gli ‘estranei’ costringono Mattia a ‘guardarsi allo specchio’, a ricostruire una scala di priorità.
Il ‘diluvio’ porta via l'adolescenza, porta quell'alluvione che costringe ad accorciare i pantaloni quando l'acqua continua a salire, teme di rimanere affogato ma rimangono solo crepe enormi sui muri che si rigonfiano, causano uno scostamento dell'intonaco, lasciano cicatrici sul corpo, con una crosta che cadrà a tempo debito.
Mattia diventa adulto, rispettando quello schema di ‘viaggio dell’eroe' che gli consente di trovare un punto di ripartenza. E il cambiamento arriva, anni dopo, attraverso un'emozione importante, il disgusto. «Mi invade un'ondata di disgusto per me stesso e per il mio passato». Il disgusto ci ricorda tutto ciò che per noi è pericoloso e dannoso, come una minaccia da affermare ad ogni costo.
Il disgusto si fa strada nella sua sfera intima come un avvertimento della ‘falsa scelta’, un errore di cui ci si rende conto solo quando siamo soli con noi stessi, con il nostro partner, nella sfera familiare più stretta, come un campanello d'allarme che ci avvisa che ci stiamo allontanando dalla nostra vera natura. È un anticorpo, una protezione, una corazza essenziale. Mattia ascolta il disgusto solo quando rimane chiuso in una stanza di albergo, completamente solo.
Unico desiderio, dopo vari colloqui telefonici con un personaggio tanto reale quanto immaginario, mangiare la carne alla bourgignonne, il piatto preferito di Cedric. Che bella questa scena, me la sono immaginata come una rivoluzione interiore, come una presa di coscienza, come una fuga da una situazione soffocante in cui Mattia Pasca’, proprio come Mattia Pascal, fugge da una vita soffocante finendo per essere nessuno. Come fosse necessario capire che sei un uomo come gli altri e che, solo facendo i conti con le tue velleità e con i tuoi sogni di gloria comprendi te stesso, semplicemente attraverso la voglia di qualcosa di semplice, di basico, essenziale.
Quell’essenziale però va valorizzato, apprezzato, vissuto quando il mondo ti tiene in gabbia.
La vera tempesta arriva tra le mura di quell'albergo, nella consapevolezza che bisogna accettare gli eventi, che l'evasione non è la soluzione.
È l'inizio dell'età adulta, quel percorso tortuoso e solitario che prende a schiaffi, delude, rimpicciolisce i sogni ma gli regala anche consistenza.
Nessun commento:
Posta un commento