mercoledì 17 settembre 2025

Nonna Nunzia e nonno Gaspare

Mi ricordo il nonno Gaspare che guardava “I fatti vostri” alla  tv e sorrideva quando parlava Magalli, quasi fosse fiero di lui, emozionato nel vederlo in televisione, nemmeno fosse una sua scoperta mediatica.

Ogni volta che tornava dal mercato, carico di buste, mi portava sempre un Kinder Cereali.

La nonna Nunzia, quando dormivo a casa sua, mi preparava per colazione la cioccolata calda. La sera, per non sporcare un bicchiere, prima di andare a letto mi dava l’acqua dal mestolo. Cucinava molto bene gli involtini di vitello col salame, il pangrattato, passolini, pinoli e un pizzico di burro, i carciofi fritti, i gamberetti marinati con olio e limone e i ditaloni al sugo. La frutta se la faceva sempre sbucciare dal nonno, era il suo modo per farsi viziare.

 Amava le bambole di porcellana e le pettinava come fossero bambine. Diceva sempre che da piccola aveva ricevuto in regalo un bambolotto ed era stato il regalo più bello e più desiderato della sua vita. Suo padre e suo fratello Silvestro erano morti in guerra e lei conservava le loro fotografie nella stanza del cucito. Aveva una macchina da cucire Singer, bellissima e la vedevi con il piedino veloce e quelle dita affusolate e lisce gestire la stoffa con una maestria incantevole e guardarla dall’esterno era uno spettacolo, sembrava fosse seduta su una giostra o che stesse partecipando ad un rituale sacro con tutto il corpo.

Negli ultimi anni, durante la malattia, cercava sempre di afferrare qualcosa dai vestiti, come dei fili di cotone oppure provava a girare i lembi della stoffa come volesse cucirne l’orlo. Doveva sentire la mancanza di quel balletto meccanico che era per lei il cucito e ripeteva quei gesti muti come fossero radicati da sempre nella sua persona.

Aveva un modo tutto suo di viziare me e Daniele, i suoi unici nipoti. Emanava una dolcezza e una serenità contagiose e per intere fasi della mia infanzia e preadolescenza l’ho reputata una delle mie migliori amiche. A lei potevo dire se avevo saltato la scuola, era sempre comprensiva e mi trattava come fossi una sua pari. Ecco, la cosa che ricordo vivida più di tutte era la nostra complicità, che si realizzava in abitudini consolidate, coccole e fiducia reciproca. La nonna mi manca tantissimo, la nonna mi ha insegnato a scrivere e a leggere, mettendomi sotto mano riviste e album da disegno, faceva sembrare la vita un gioco, in cui si poteva guardare “Lupin” e “Il mio nome è Jam” la domenica mattina, in cui la nonna fa quello che deve fare una nonna, viziare la propria nipote.

Aveva un cassetto pieno di foto e mi piaceva guardarle sempre, anche se le conoscevo a memoria, aveva tantissimi bottoni, gessetti per il cucito e stoffe di vario tipo. Conoscevo il contenuto di tutti i cassetti e dei mobili della casa, avrei potuto indovinarne l’odore e i colori.

Gli anni delle coccole sono stati quelli passati con la nonna Nunzia, che metteva il rossetto la domenica mattina per andare a messa al duomo di Monreale, con me e il nonno, in autobus. Aveva una cugina che si chiamava Rosa e che sorrideva sempre con gli occhi piccoli e appannati, era magra più di lei, minuscola. Aveva una cugina americana con degli occhiali semiscuri e il capello corto da maschiaccio, delle vicine di casa sempre pronte ad aiutarla, la signora Falcone e la signora Delfino e una un po’ più scontrosa proprio sullo stesso pianerottolo, la signora Currieri. Mi portava sempre con lei, dalle sue amiche oppure a fare la spesa e chiunque la incontrasse la salutava perché lei era gentile con tutti.

Mi raccontava sempre delle storie di mio padre, quando l’avevano derubato a Mondello ed era tornato senza scarpe o quando era con Salvo e Santino e ‘facevano l’opera’, come diceva lei. A volte prendeva i suoi quaderni per mostrarmi i suoi voti delle elementari, fiera di avere un figlio che non le aveva mai dato problemi né a scuola, né nella vita.

Voglio ricordare i miei nonni, voglio lasciare scorrere quell’ondata di spensieratezza di bambina che mi ha resa una persona migliore, voglio scorrere quelle foto, cercando un collegamento con la mia vita attuale. E la sensazione più strana di tutte è il senso di estraniamento che provo non nella vita passata ma nella vita reale, dove nulla è più al suo posto e dove non sento ancora mia la parte dell’adulta.

 

 

 



Nonna Giovanna e nonno Mario


Mi ricordo il nonno Mario che mangiava le arance sul piano di marmo della cucina appena tornato a casa. Prima di entrare dalla porta, nonostante avesse le chiavi, suonava il campanello e io e la nonna tendevamo per un attimo l’orecchio per vedere se un attimo dopo si sarebbe aperta la porta.

Quando entravo a casa della nonna Giovanna un odore inebriante di salsa fresca mi riempiva di buonumore. Oltre al sugo di pomodoro, la sua specialità era la pasta alla grinta, con i peperoni sottolio che teneva nel camerino, al buio. Li cucinava una volta l’anno e li metteva nei vasetti con un po’ di olio e aceto, così come i barattoli di olive condite con origano, aglio e olio.

Mi mandava a comprare due etti di prosciutto cotto alla Crai e mi guardava dal balcone mentre attraversavo la strada. ‘Gioia mia, un ti siddiari, m’avissi a fari un piaciri’, mi diceva.

Prima di partire per la campagna di Bolognetta c’era una lunga preparazione e la nonna scendeva da casa per ultima, piena di sacchetti con contenitori e roba da mangiare. Il nonno stava in macchina ad aspettarla e pure noi, e non capivamo come mai ci mettesse così tanto a prepararsi. Poi scendeva, con il suo profumo Felce Azzurra e il suo odore di borotalco, i capelli pettinati e una collana di perle, la gonna sotto il ginocchio e la sua espressione seria, certa che da lei dipendesse la riuscita di tutta la giornata, certa di aver fatto lei tutto il lavoro e adesso al nonno non restava che guidare. Io, Gabri, Dani e Riccardo dietro e il nonno che guidava pianissimo, e se qualcuno suonava il clacson, con il sorriso strafottente sulle labbre diceva ‘Sì, suona suona’. A volte guidava in folle nelle strade in discesa, per non sprecare benzina. Dietro noi cantavamo a squarciagola le canzoni di Sanremo, “Trottolino amoroso”, “Brutta”, I Neri per Caso, Ivana Spagna. Alla nonna Giovanna piaceva sentirci cantare, e se il nonno parlava lo zittiva e diceva ‘viri ch’i picciriddi stannu cantannu’.

Alla nonna piaceva Iva Zanicchi e la “Ruota della Fortuna”, le piaceva Sgarbi perché diceva che era un uomo intelligentissimo e colto, guardava “Forum” su Rete Quattro. Al nonno Mario invece piacevano i film western, guardava praticamente solo quelli. Gli piaceva anche Luisa Corna, diceva che era una bella cavalla.

D’estate si stava in balcone sulle sdraio, al fresco. Si guardava quello spicchio disordinato di città dall’alto, da dove il caos era ancora maggiore e si percepiva il movimento incessante. C’era Gaetano il fruttivendolo che si prendeva metà marciapiede, con la sua marea di cassette di frutta, la maggior parte delle quali vuote, non ho mai capito il perché.

La nonna Giovanna dal carnezziere prendeva sempre le fette di trinca o il perno, che sapeva solo lei che taglio di carne fosse. A volte andava a comprare la carne a Marineo e ci faceva aspettare sempre in macchina. Dal panettiere, invece, portava le teglie di pasta cruda di sfincione per farsele cuocere quando c’era qualche serata di famiglia come a Natale. Mia nonna mi ha insegnato ad impastare, a fare lo sfincione, facendo attenzione alla lievitazione, alla quantità di olio, sale e zucchero da mettere nell’impasto. Quelle sue mani piccole con le dita gonfissime, per niente fluide nei movimenti, facevano capolavori in cucina. La nonna mi ha insegnato a cucinare anche la parmigiana e i calzoni fritti di carne di vitello, delle tasche di carne con dentro la provola e il prosciutto.

Ogni tanto, mentre eravamo a tavola, arrivava la telefonata di qualcuno e la nonna prendeva la sedia e la posizionava accanto al mobile marrone dove c’era  il telefono. In genere parlava o con la zia Graziella o con la zia Mela. Accanto al telefono una rubrica di un bordeaux sbiadito raccoglieva  numeri scritti in bella grafia dalla nonna, numeri di telefono del panificio, l’alimentari di Marino, figli, nipoti e parenti ma soprattutto quello delle bombole. Era una grafia da scuole elementari piena di ghirigori e tentennamenti, incerta eppure elegante.

L’acqua in frigo era sempre travasata nelle bottiglie di vetro dal nonno che tutti i giorni andava in via Perpignano a riempire i bidoni da cinque litri. Spesso portava un bidone anche a casa mia, la mattina prestissimo, quando noi eravamo ancora in pigiama.

Il nonno da Palermo andava a Corleone a piedi, a volte senza scarpe per non consumarne le suole. Se, arrivati nell’androne d’ingresso di casa sua, provavamo a salire in ascensore ci prendeva sotto braccio e indicando le scale ci diceva ‘Avà, acchiana’. Non tollerava la pigrizia e ci scherniva se provavamo a rifiutarci, facendoci il verso. La sua era un’educazione militare che ci spronava a fare sempre meglio così da evitare di subire le sue critiche. Quando veniva a prendermi a scuola, alla Noce, mi faceva camminare a piedi, sostenendo di aver posteggiato la macchina a pochi metri. Puntualmente arrivavamo a casa, dove aveva lasciato la macchina e io mi arrabbiavo perché mi aveva mentito ma in cuor mio sorridevo perché sapevo perché l’aveva fatto.






lunedì 2 giugno 2025

Il disagio giovanile secondo Massimo Recalcati

 


Venerdì 30 giugno, nell’ambito del Festival Internazionale dell’Economia di Torino, lo psicoterapeuta e intellettuale Massimo Recalcati ha tenuto un incontro dal titolo urgente: Il disagio giovanile. Un intervento lucido e appassionato che parte da un presupposto chiaro: non esiste disagio psichico che non sia legato alla società in cui viviamo. Ogni forma di sofferenza mentale è, in ultima analisi, una risposta ai cambiamenti sociali, culturali, economici. Per questo motivo, capire il disagio dei giovani oggi significa analizzare a fondo il mondo che abbiamo costruito intorno a loro.

Due sono i grandi paradigmi che secondo Recalcati dominano la nostra epoca: il paradigma libertino e il paradigma securitario.

Il paradigma libertino: schiavi dell’oggetto

Nel paradigma libertino, il modello dominante è quello del capitalismo performativo, dove il valore supremo è l’oggetto da consumare. In questo mondo, l’oggetto promette salvezza, ma è una salvezza effimera, che deve subito svanire per poter essere nuovamente inseguita. Il desiderio non è più tensione creativa verso l’altro o verso il mondo, ma semplice spinta compulsiva verso un bene da possedere.

Le relazioni, anche quelle umane, diventano scadenzate. L’oggetto comanda il desiderio e lo svuota. Il sistema ci costringe a una connessione perpetua — con le cose, con le immagini, con le prestazioni — per evitare l’unica connessione che conta: quella con l’altro. In questo circuito vizioso, è il consumatore stesso a essere consumato, prosciugato, svuotato, eliminato dal culto cieco dell’oggetto.

Il paradigma securitario: difendersi dalla vita

Il secondo modello, speculare e opposto, è il paradigma securitario. Qui il disagio si manifesta sotto forma di ritiro, chiusura, depressione. È la logica della “neomelanconia”, come la chiama Recalcati: la tentazione di uscire di scena, di sottrarsi a un mondo che chiede solo di performare, competere, produrre.

I giovani più sensibili scelgono allora di non giocare la partita. Preferiscono proteggersi, anche al costo di sparire. Nasce così una nuova forma di protezionismo psichico, dove l’io alza muri per difendersi dalla pressione del mondo. Il fenomeno giapponese degli hikikomori, i ragazzi che si chiudono nelle loro stanze per anni, è solo uno dei tanti volti di questa fuga.

Alla base di tutto c’è un nodo tragico: la fatica di desiderare.

La vocazione del desiderio

Il desiderio è diventato un bene raro. Desiderare implica esporsi, cercare, rischiare. Ma se il desiderio è vissuto solo in opposizione al dovere, allora diventa lacerante. La svolta, dice Recalcati, sta nel riconciliarli: unire desiderio e dovere, scoprire che si può essere fedeli a se stessi senza tradire la realtà. Il desiderio, se è autentico, assomiglia alla vocazione: è costante, tenace, capace di accendere la vita.

Il ruolo dei genitori: testimoni del desiderio

In tutto questo, qual è il ruolo dei genitori? Come possono aiutare i figli a non spegnersi?

Secondo Recalcati, la risposta non sta nei discorsi, ma nell’esempio. Le vecchie generazioni devono tornare a essere testimoni del desiderio. Non devono solo “insegnare” qualcosa, ma mostrare che è ancora possibile appassionarsi, emozionarsi, cercare un senso. Devono far vedere che esiste una vita oltre l’oggetto, una vita che vale la pena di essere vissuta perché è intensa, imperfetta, autentica.

Il legame tra genitori e figli è, dice Recalcati, l’unico legame d’amore che trova il suo compimento nella separazione. Ma una separazione sana è possibile solo se i figli hanno visto in chi li ha cresciuti una fiamma accesa, una vocazione. Se hanno imparato che vivere non è solo sopravvivere.

In un tempo che spegne i sogni e congela i corpi, parlare del desiderio come forza rivoluzionaria è un gesto radicale. È un invito a tornare umani, a scegliere la vita, come non mi stancherò mai di ripetere.

mercoledì 5 febbraio 2025

"La crisi della narrazione" e "Contro la società dell'angoscia" di Byung-Chul Han

Mi sembra che il mondo intero stia iniziando a prendere coscienza di cosa ci accade. Forse è solo il mio algoritmo che mi mostra testi di rifugio, speranza e rivoluzione ma ho la sensazione piena che questa barbarie che ci ha regalato il nostro secolo verrà spazzata via da menti illuminate, proprio come succede ciclicamente nella storia del mondo.

In questi giorni mi sono rifugiata nella noia, che ha portato alla luce una solitudine estrema, in cui la fiducia nel proprio essere può salvare o ferire definitivamente.

Cosa c’è dentro la noia? Cosa c’è di bello o di brutto nel rimanere soli con sé stessi?

Mi sono raccontata il tempo, ho stanato le storture per accettarle e ho vaneggiato sul futuro, l’ho costruito fino a renderlo reale.

Ormai sono abituata a stare distante da chiunque ma mi sembra che l’intero mio mondo, fatto di esigui contatti sociali, per lo più mediati da uno schermo o un telefono, mi abbiano atrofizzato l’anima. La community di cui parla Byung Chul Han nel suo libro, ovvero la comunità di consumatori che producono modelli narrativi al servizio del commercio, producono proprio l’erosione del concetto di comunità, una comunità che si nutre solo di consumo e che promuove unicamente vendita di storie come fossero merce.

Non le tocco le persone che amo, posso toccare solo mio figlio e il mio compagno . Questa assenza di contatto è in effetti una povertà di mondo reale in cui la solidarietà e l’empatia non possono esistere e in cui la depressione, l’isolamento e l’angoscia la fanno da padroni. Esiste solo l’impegno nel produrre sé stessi, una condizione di egoismo diffusa in cui ognuno di noi è impegnato ad autopromuoversi, in cui il narcisismo individuale fa sì che nessuno si interessi più alla sofferenza degli altri. L’uomo si isola per diventare imprenditore di sé stesso e non c’è spazio per la solidarietà.

Nella società dell’angoscia siamo costretti a vivere in una prigione, in una condizione costante di solitudine, alienazione e diffidenza costanti in cui la ‘strettezza’, significato etimologico della parola angoscia,  riduce ogni prospettiva di contatto narrativo con l’altro.

La mia noia è stata invece un momento di pausa autoimposta, non un momento di tedio ma  uno staccarsi dalla vita lavorativa, da quella produttività potenziata dal regime neoliberale dell’angoscia, una pausa per prendere tempo. Il tempo per riflettere, un tempo senza performance né creatività forzata, un tempo vuoto in cui ricostruire qualcosa, in cui immaginarne la nascita, un tempo di speranza.

Freud sosteneva che la funzione della coscienza fosse quella di proteggere dall’eccesso di stimoli. Sorvegliare gli stimoli, in un mondo in cui la realtà esiste solo come sezione dello schermo digitale, è un compito arduo. Il nostro apparato psichico ha perso sensibilità percettiva proprio a causa di questa feroce inondazione di stimoli legati all’avvento del digitale. In questo senso la noia potrebbe essere uno spazio neutro in cui ripensare a costruire un futuro in cui i momenti shock provenienti da impressioni singole non siano legate ad uno schermo ma al frutto di un ragionamento basato sulla realtà fisica che abbiamo di fronte. Indispensabile che la noia diventi però un processo di gruppo, in cui l’Altro venga cercato, incluso, ascoltato.

Byung Chul Han ci dice che la pandemia dell’angoscia si combatte con un concetto trascendentale che appartiene all’essere umano da sempre: la speranza. La speranza anticipa la nascita del Nuovo, in cui il Nuovo è una forma di vita nascente, una fede incrollabile legata alla certezza che vi sia un senso, è un rifiuto di accontentarsi dello status quo per andare oltre, una spinta verso l’Altro. In sostanza, come suggerisce Paul Celan, la speranza è un ‘non sentirsi persi’.

E cosa ci serve per non sentirsi persi? Ci servono gli Altri.

Immaginatevi un Decameron contemporaneo, una stanza in cui si possa ricreare un modello narrativo attraverso il racconto e l’ascolto. Byung Chul Han parla della narrazione come un potenziale rimedio all’ isolamento frutto del capitalismo della vita moderna, appropriatosi della prassi narrativa.

L’esempio più bello analizzato dallo scrittore sudcoreano (seguendo le considerazioni di Walter Benjamin), è quello di Erodoto, definito ‘grande maestro della narrazione’. Erodoto racconta la cattura del re d’Egitto Psammetico da parte del re di Persia Cambise che, dopo averlo sconfitto, lo umiliò costringendolo a guardare i prigionieri sfilare davanti a lui. Psammetico, nel racconto di Erodoto, resta muto non solo quando vede la figlia trattata come una serva ma anche quando vede il figlio mandato al patibolo. Resta muto e immobile finché non riconosce tra i prigionieri uno dei suoi servitori. In quel momento le sue grida di dolore diventano strazianti e inizia a percuotersi violentemente il petto.

Perché? 

Erodoto non lo racconta.

Ed è proprio questo che rende questa storia magica, significativa, fissata nella memoria del lettore. Narrare presuppone una comunità disposta all’ascolto, in cui alcuni fatti sono omessi proprio per rafforzarne il valore. Al contrario delle informazioni veicolate dai mezzi digitali producono solo effetti e reazioni istantanee. Il racconto è di contro un seme la cui forza germinativa rimane nel tempo.

Per questo la narrazione può salvarci. Può ridarci indietro il vero concetto di comunità con il suo bagaglio di esperienza e saggezza. 

Solo attraverso la narrazione si produce una comunità solidale e che può indurci a sperare che l’individualismo coatto dell’autopromozione genera solo angoscia, frustrazione e depressione.





 


sabato 11 gennaio 2025

Perché oggi Torino è la città più anarchica d'Italia?

 

L’ultima volta che ho sentito parlare di anarchici a Torino è stato qualche giorno fa, durante la protesta per la morte di Ramy Elgaml, il diciannovenne morto la notte dello scorso 24 novembre dopo lo speronamento da parte di un’auto dei Carabinieri. A dire il vero ne ho sentito parlare centinaia di volte da quando vivo in questa città, dallo sgombero dell’asilo occupato di via Alessandria al corteo per Alfredo Cospito, e ogni volta penso la stessa cosa: Torino è la città più anarchica d’Italia. Non mi interessa dare un’accezione negativa o positiva a questa affermazione ma scoprirne le ragioni, capire perché qui l’anarchia si trasformi quasi sempre in violenza e perché la rabbia sociale si manifesta in scontri pericolosi anche per i cittadini che protestano pacificamente.

Perché una violenza tale? Perché una rabbia così feroce? Ho provato ad interrogare alcuni amici di Torino sulla questione. Qualcuno era quasi compiaciuto nel prendere atto di questo primato, altri hanno esitato prima di dare una risposta ad una domanda che sembrava così semplice ma che nasconde ragioni sociologiche tutt’altro che ovvie.

Una delle spiegazioni è forse legata alla Fiat. Cosa succede se dal Sud emigrano intere famiglie per popolare una città fredda e austera come Torino? Succede che la popolazione subentrante viene ghettizzata e tenuta alla larga dai contesti centrali della città, esattamente come quello che è successo dopo in Italia con l’arrivo di migranti da tutto il mondo. Questa formula del ‘ti confino in un quartiere e da lì non ti muovere’ ha fatto sì che il tessuto sociale non solo fosse disgregato ma che nascessero delle comunità locali in cui il dialogo e il reciproco aiuto, l’assistenzialismo sociale fossero alla base di un ordinamento politico e che lo ‘stare insieme’ fosse l’unico premio al sacrificio di massa dovuto all’espatrio.

I luoghi vergini, dimenticati, confinati del ghetto hanno costituito delle roccaforti di umanità anche quando il Comune di Torino, con la gentrificazione di massa iniziata nel 2006 con le Olimpiadi invernali, ha cercato di riqualificare quei quartieri ‘operai’ o ‘multietnici’ per interessi economici diversi e per offrire un ‘decoro’ (parola estremamente abusata dall’amministrazione cittadina) zone che ai cittadini di altri quartieri facevano paura. Per evitare che i torinesi si spostassero (come stavano già facendo) nelle zone limitrofe a Torino, l’amministrazione decise di coniugare gli interessi economici e imprenditoriali di una fetta della città all’ansia sociale generatasi nel contatto con il diverso modus vivendi dell’altra parte di popolazione acquisita.

Se la paura crea diffidenza, accade che ci si isoli a livello sociale e ci si disinteressi completamente delle questioni politiche della città. Torino oggi è una città in cui il gap culturale, sociale ed economico è estremamente alto e lavorando negli uffici postali mi è capitato di incontrare clienti smisuratamente ricchi, con diverse case al mare e in montagna e un reddito molto alto e persone costrette a vivere per strada (laddove non disturbi il ‘decoro urbano’) a seguito della crisi che ha costretto piccole e medie aziende a chiudere i battenti. Ciò crea una spaccatura profonda nel tessuto sociale e accade che i ricchi non si fidano dei poveri e i poveri dei ricchi.

La solitudine sociale ha fatto in modo che i nuclei familiari si disgregassero e la libertà individuale è stata sostituita dalle regole. L’interruzione  della vendita di alcolici oltre le ore 24 e la vendita di bevande in bottiglia di vetro oltre le ore 23 hanno causato chiusure temporanee o definitive delle attività commerciali, il contenimento dei volumi della musica tra i 45 e i 50 decibel durante le ore serali e notturne al fine di non interferire con la quiete pubblica dei residenti, la difficoltà di creare eventi nelle piazze, soprattutto a seguito dell’evento del 3 giugno del 2017 che ha causato la morte di tre persone, la chiusura dei Murazzi, luogo di attrazione e socializzazione ineguagliabile.

A che servono le regole in una città? Perché il rispetto delle regole, anche le più assurde, è fondamentale in questo periodo per il funzionamento di un governo politico? Le regole sfruttano la paura e creano un meccanismo sociale che invita i cittadini alla sicurezza, alla tutela dall’ ‘altro’ anche quando l’ ‘altro’ non è una reale minaccia e preferiscono chiudersi in casa rinunciando alla loro libertà individuale piuttosto che aggregarsi e ragionare su una politica che tenga realmente conto delle loro esigenze reali.

Come diceva Umberto Eco, se non abbiamo un nemico dobbiamo costruircelo. Questo è quello che succede nella ‘guerra’ anarchica a Torino, una protesta che trova come primi capri espiatori coloro che fanno rispettare le regole e che rappresentano uno Stato che non conosce i contesti sociali reali e si erge a risolutore di questioni complesse tramite  manganelli.

Prevedo un aumento esponenziale dei casi di rivolta sociale in Italia. Arriverà forse un giorno in cui gli uomini si disinteresseranno totalmente agli uomini e non ne sentiranno la mancanza ma prima tutti i ghetti del paese cercheranno di reagire per difendere il diritto alla libertà e all’umanità. Per ora la parte gentrificata della città ha sostituito gli esseri umani con i cani (decisamente più fidati), ricevendo affetto dagli animali piuttosto che dalle persone. La ‘cultura del sospetto’ che allontana la popolazione delle città ci ha resi scettici nei confronti della stessa vita, laddove prima la vita era condivisione, aiuto, umanità.


Porta Palazzo, 2016


 

venerdì 3 gennaio 2025

Tempo

 Nella morbida ovatta della noia lavorativa,

mi si blocca nel petto

il peso di tutte le cose non fatte,

non portate a termine,

di tutto ciò che non mi sono concessa 

per mancanza di tempo e brio.

Quale tempo? E quale brio?

Il tempo della rincorsa 

di qualche successo?

Successo per chi poi?


Il tempo del dovere

grava come spada di Damocle,

dando un senso sbagliato

all'essere viva, all'avere due occhi,

due mani, un cuore.

Inscatolarsi in cubi di muri bianchi

arredati di armadi blindati,

alimentarsi di luci artificiali.

Dalla scuola saltelliamo da una gabbia all'altra,

dimentichiamo il valore dell'uomo,

la sua natura beatamente animalesca,

libera,

scomposta,

complessa.

Dimentichiamo che 

il tempo deve rimanere tempo

e l'uomo

deve rimanere uomo.



mercoledì 27 novembre 2024

Rigurgito

Isolamento, repressione, disagio sociale, genitori che non si salutano, uomini che parlano ancora come cavernicoli riferendosi ad una bella donna, diritti lesi e vite annullate da una mail, capi arroganti e fascisti che sputano veleno, governo aberrante che svilisce il concetto di umanità, giustizia, etica. Genitori che parlano ai figli come fossero robot, bambini di Torino che se non fanno sport rischiano di finire in carcere per tentato omicidio. 

Nella violenza dell'oggi mi sento morire e mi commuovo quando guardo mio figlio che si aggira da solo nello scantinato della palestra guardando con la coda dell'occhio i movimenti violenti degli altri bambini. Vergogna che si insinua in ogni parte del corpo, ansia che pervade soprattutto il petto, che avvolge seno, polmoni, gola e stomaco e mi sento svenire, in un rigurgito di questo pezzo di mondo, di questa tristezza che io scorgo e non riesco ad ignorare.

E nelle viscere del mondo, partendo da questo tavolo, da questo pavimento, vorrei entrare per vedere se esiste qualcosa che possa restituirmi la pace, la parvenza di un'umanità autentica.  

La cosa peggiore che fanno tutte le persone che adesso mi circondano e mi ostacolano, in tutta la loro mediocrità, è togliermi la voglia di creare, edificare il mondo migliore per me, per mio figlio, uccidere la creatività e la libertà.




mercoledì 13 novembre 2024

Paura nelle città

 

La mia amica che vive a Barcellona mi ha mandato un messaggio stanotte. Si trovava sulla metro, erano le 11 di sera,  e alla sua stessa fermata, in un quartiere periferico, è sceso un ragazzo trans che ha cominciato a camminare a passo svelto controllando di tanto in tanto che qualcuno lo seguisse. Esprimeva paura, angoscia, disagio. 

La paura è un’emozione che accomuna chiunque. Daniela sostiene che un transgender ha più paura perché vive una condizione di forte ansia sociale più di chiunque altro. Forse è vero ma la paura è un’emozione da sempre legata al contesto sociale, è diversa se ti trovi in un paesino con pochi abitanti o una metropoli. 

Cosa c’è quindi di strano? Cos’è che ha colpito così tanto Daniela? Quella stessa paura la provava anche lei quando tornava sola a casa a Palermo di notte, quando era una ragazzina fuorisede iscritta all’università. 

Forse la domanda giusta da porsi è: come sono cambiate le città negli ultimi 50 anni?

Cosa è cambiato a livello urbanistico e perché abbiamo tanta paura di essere aggrediti?

Leggendo il libro Fiducia e paura nelle città di Bauman, mi sono resa conto di quanto la verticalizzazione del tessuto sociale, che divide i ricchi (sempre più ricchi) dai poveri (sempre più poveri) abbia determinato una riqualificazione notevole dei quartieri centrali. Ovunque tu vada, nei centri delle grandi città, si assiste alla nascita continua di  opere di ristrutturazione di qualsiasi tipo, con investimenti urbanistici importanti e impalcature a ricordarne il progetto. Dall’altra parte si assiste invece un’impoverimento urbanistico, nonché degrado, di quei quartieri periferici che ospitano i meno abbienti. L’abbandono di una parte di città per dare risalto ad un’altra parte, quella di facciata, ha inaugurato quella che viene definita da Bauman la ‘politica della paura’. E la paura, nella politica di una città è la base perfetta per il controllo e la repressione, è il meccanismo che genera una maniacale ossessione per la sicurezza in tutti i cittadini.

Rispetto al 2004 (anno di pubblicazione del testo di Bauman), mi sembra che qualcosa sia cambiato. L’ossessione per la sicurezza, madre di una xenofobia che si manifesta nell’odio, nell’insofferenza totale verso lo straniero, ha generato una totale mancanza di accettazione di tutto ciò che è ‘altro’, diverso, invisibile agli occhi dei ‘cittadini di prima fila’. Prima erano migranti, poi stranieri, poi trans, donne, infine gente comune. Adesso tutti siamo coinvolti e questa verticalizzazione di cui parla Bauman non esiste quasi più. Anche nei centri, per motivi diversi forse da quelli del passato, ci sentiamo minacciati da costanti pericoli invisibili che però sembrano essere dietro l’angolo.

I luoghi (che si differenziano dagli ‘spazi’, resi anonimi e quindi vuoti di un vissuto esperienziale), vengono sottoposti alla logica della vigilanza continua come a ricordarci che il pericolo c’è sempre e va avvertito. Lo ‘spazio scabroso’, come lo chiama l’architetto americano Steven Flusty è quello che non può essere comodamente occupato o vissuto per via dell’assenza totale di panchine nei luoghi pubblici come le stazioni o dei bordi inclinati che impediscono di sedersi. Questo è un modo per evitare lo stazionamento di barboni, tossici o altre persone socialmente inaccettate per non trasformare i luoghi pubblici in zone di bivacco. Quel bivacco che a parer mio è fondamento di inclusione e di formazione di identità di un luogo. Se i balconi hanno delle ringhiere, è perché sono pericolosi e un bambino deve saperlo in modo tale da non sporgersi troppo ma se muro le finestre per evitare che il bambino si affacci al balcone o si infili tra le sbarre della ringhiera, non gli darò più la possibilità di guardare fuori. Questo è quello che è successo nelle città negli ultimi 40 o 50 anni. L’eccessiva sorveglianza anche in termini urbanistici ha creato un modello di paura che suggerisce di non stazionare nei luoghi, soprattutto nelle ore notturne.

Cosa crea questa rivoluzione urbanistica? La disintegrazione della vita comunitaria di una città.

E cosa succede quando la comunità intera, centro e periferia, è invitata a non riunirsi in nome di un’uniformità di uno spazio sociale?

Succede che la città diventa davvero pericolosa.

L’invito a rimanere a casa, per favorire una sicurezza sociale, non è altro che quello che abbiamo vissuto durante il Covid. Cosa hanno fatto i cittadini durante il Covid? Si sono chiusi nelle loro case e hanno creato una vita votata alla difesa che gli consentisse di sopravvivere anche in mancanza dell’ ‘altro’.

Tutto ciò ha potenziato le relazioni digitali, ha accelerato di decenni la naturale avanzata tecnologica che permette di vivere in una bolla chiusa, pensando di avere tutto a portata di mano, che ha esautorato ogni luogo di comunità fisico all’interno di una città. L’uniformità dello spazio sociale, caratterizzata dall’isolamento spaziale, ha generato un’ancora minore accettazione delle differenze sociali, ha creato l’immagine di città inclini al pericolo e meno sicure.

In questo contesto, paradossalmente, il digital divide, ovvero il divario tra la popolazione meno digitalizzata e quella più digitalizzata, meccanismo ancora discriminatorio nei confronti delle classi meno abbienti, ha favorito la spinta verso isole di identità e somiglianza in quella popolazione esclusa dalla tecnologia. Il vantaggio diretto è stato dato dalla possibilità di aggregazione che ha condotto ad un isolamento all’interno dello spazio urbano ma anche una riappropriazione di luoghi incontaminati dalla sorveglianza.

Lo spazio urbano, prima luogo di condivisione e costruzione di identità, diventa così per i poveri una roccaforte per la sopravvivenza di un senso identitario comune, in cui le differenze ne costituiscono la ricchezza e diventano l’alternativa vincente per non cedere alla politica della paura.

Cosa dovremmo fare dunque per non avere più paura? Forse iniziare a ‘contaminare’ i centri, condividere in massa lo spazio urbano, ricominciare a mescolare lingue e culture negli spazi centrali e periferici, riappropriandoci delle voci identitarie che da sempre sono la base di una democrazia. Tutto ciò servirà ad evitare che la paura diventi un meccanismo di marketing gestito dalla politica o dalle grandi multinazionali e favorire la difesa naturale dell’essere umano capace e fiero di vivere in società.



martedì 5 novembre 2024

Perché l’algoritmo annulla il pensiero critico e cosa possiamo fare per evitarlo?

 Leggendo l’ultimo libro di Maura Gancitano, ‘Erotica dei sentimenti’, ho trovato molto intressante la riflessione relativa agli algoritmi che esula di certo dal discorso dell’autrice sull’educazione sentimentale ma mi sembra molto attuale e importante da approfondire. Perché Internet, che ci aveva dato la possibilità di esplorare il mondo dalla nostra stanza, si rivela così potente e infinitamente vasto da non riuscire a reggere il suo stesso peso tanto da creare solo influencer, corpi ostaggio dell’industria del bello, dell’estetica e del fitness?

Se pensiamo che il Word Wide Web nasce nel 1991 e nel 1994 nascono i coockies ci accorgiamo subito che in soli tre anni siamo passati dalla libertà di poter scegliere quali siti visitare all’impossibilità di cliccare su una pagina web senza essere classificati, schedati, monitorati o spiati.  Il problema dell’algoritmo però ha ancora meno a che fare con la libertà negata di quel diritto alla privacy che ormai è un fatto assodato.

Un giornalista del New York Times, nel 2013, parla per la prima volta di ‘Dataismo’ per definire il regime dell’informazione dei Big Data. Elaborare i dati per sorvegliare, prevedere, orientare i comportamenti della popolazione per alcuni rappresenta una rivoluzione senza precedenti che permette di classificare comportamenti e tendenze e semplificare la risoluzione di problemi di qualsiasi natura, per altri costituisce invece un enorme pericolo. Il problema dell’algoritmo è piuttosto legato all’esposizione a contenuti che confermano la nostra visione del mondo, creando una cerchia di utenti e contenuti affini a chi li cerca. Maura Gancitano parla di un meccanismo che alimenta il bias di conferma, cioè quella distorsione cognitiva che spinge gli individui ad interpretare le informazioni come conferma di ciò che pensavamo già da prima, ignorando tutto ciò che le contraddice o le smentisce.

L’algoritmo è dunque una manipolazione informatica che non ci permette di entrare in contatto con punti di vista ‘altri’ che avrebbero il compito di indurci al pensiero critico. Per sintetizzare, gli algoritmi annullano il pensiero critico.

Trovo molto interessante il meccanismo di manipolazione informatica perché Internet oggi costruisce una parte di identità delle persone che è estremamente rilevante nella vita quotidiana. Quello che Byung Chul Han chiama il ‘regime dell’informazione’ non è altro che il dominio di algoritmi e Intelligenza artificiale per determinare processi sociali , economici e politici. La tecnica informatica digitale quindi trasforma la comunicazione in sorveglianza. Eli Pariser, autore americano contemporaneo, parla di una ‘bolla di filtri’ che si riempie di informazioni di mio gradimento, rafforzando le mie convinzioni di un determinato fatto. Ciò farebbe in modo che il nostro mondo esperienziale e la nostra conoscenza, nonché verità, diventino sempre più limitati e parziali.

La personalizzazione riprodotta dagli algoritmi si riduce ad un’esclusione di punti di vita alternativi che sono fondamentali per il concetto di democrazia. Quello che Chimamanda Ngozi Adichie (scrittrice nigeriana contemporanea) chiama il “pericolo di un’unica storia”, non è altro che il racconto di una sola prospettiva dei fatti, di un unico punto di vista che esclude la complessità creando stereotipi.

Cosa possiamo contrapporre dunque alla dittatura degli algoritmi? Quale medium è sempre stato alla base di ogni democrazia e restituisce al soggetto passivo una condizione di attività intellettuale fatta di confronto e narrazione? Quale strumento ci permette di godere di molteplici prospettive?

Il libro, suggerisce la Gancitano.

La narrazione, secondo Byung Chul Han.

Il discorso, secondo Habermas.

Ovvero tutti parlano di molteplicità di punti di vista come reale rimedio alla dittatura della società dell’informazione. Habermas sostiene che è al pubblico di lettori ragionanti che dobbiamo la sfera del discorso pubblico. Cosa intendiamo per ‘discorso’? Il discorso, dal latino discursus, è il girovagare, l’andare in giro, il correre qua e là. Ciò significa che solo la ricerca e l’incontro con l’altro conferiscono alla mia opinione una qualità discorsiva. E qui entra in gioco anche il concetto di narrazione. Le narrazioni creano significato e identità, permettono il dialogo e lo scambio. Il libro, con i suoi personaggi e le sue storie diversissime, rimane il luogo dei paesaggi emotivi complessi, articolati e irripetibili.

Favorire la creazione di un’identità attraverso i libri è solo un modo un po’ ingenuo per suggerire che abbiamo bisogno degli altri per creare la nostra identità, quegli altri che non incontriamo più all’interno della nostra bolla algoritmica perché da questa sono esclusi. Per favorire una complessità di visioni dobbiamo uscire dalla ‘prigione digitale trasparente’, come la chiama Byung Chul Han, dal totalitarismo algoritmico senza ideologia che è alla base del regime dell’informazione. Solo allora potremo sperare di sfuggire all’atomizzazione digitale che ci rende isolati e autoreferenziali e riprendere un confronto che conduca ad un pensiero critico.







Riferimenti:
Maura Gancitano, Erotica dei sentimenti, Einaudi, 2024
Byung Chul Han, Infocrazia, Einaudi, 2023
J. Habermas, Storia e critica dell'opinione pubblica, Laterza, 2005
Chimamanda Ngozi Adichie, Il pericolo di un'unica storia, Einaudi, 2020
Eli Pariser, Il filtro. Quello che Internet ci nasconde, Il saggiatore, 2012


venerdì 1 novembre 2024

Parthenope e la morte dell'autenticità

 

Il film di Sorrentino è un puro esercizio di stile, abbellito da una maestria frutto di grande esperienza e da una fotografia impeccabile. 

Così attento alla forma ma pochissimo alla sostanza, il regista riprende un mondo di immagini belle e sensuali che non restituiscono l'autenticità dell'essere umano. Questo film ha più a che fare con il penoso bisogno di immagini di una società vuota che si lascia abbindolare da frasi ad effetto senza alcun reale significato profondo. Non c'è nulla di naturale nel film di Sorrentino, appare tutto artefatto e vuoto ma questa volta la scelta stilistica e contenutistica non sembra una critica sociale come ne 'La grande bellezza' ma fine a se stessa, priva di sensibilità reale.

Il piacere di guardare il film corrisponde al piacere di guardare una bella donna e una città meravigliosa, in cui il mare scandisce le scene e sembra l’unico modo (un po’ scontato forse), di collegare i capitoli della vita della protagonista. Parthenope è abbagliante, bella, sensuale ma non fa simpatia allo spettatore, non ha un carisma universale, piuttosto è una gattamorta, lasciva, discutibilmente ribelle, con gli occhi sempre pieni di lacrime vacue, che non commuovono chi le guarda.

Le sigarette onnipresenti in ogni scena e la Napoli radical chic del Vomero che discute dei massimi sistemi in terrazza, cliché ormai inflazionato che a mio avviso annoia un po’ lo spettatore, sono esempi di ridondanza e carenza di contenuti. 

Non c’è sostanza nel film e non è nemmeno così credibile Stefania Sandrelli che interpreta la protagonista in età adulta, vuota la sua recitazione, vuoto il messaggio.

Fa fatica lo spettatore ad immergersi nell’anima dei personaggi, come fosse un mondo plastico senza alcuna tridimensionalità. Alcune scene sembrano aggiunte dell'ultimo minuto, come i cori del Napoli calcio che sembrano non avere alcuna attinenza con il resto del film.

Il film sembra più un’accozzaglia di scene mal montate, un tentativo ossessivo di scandalizzare il pubblico attraverso un groviglio di manie e paranoie in alcuni casi maschiliste, vedi la scena dei giovani costretti a consumare un rapporto sessuale in pubblico o l’attrice caduta in disgrazia che si abbandona ad un incontro erotico con la protagonista, o anche la scena inutilmente ricorrente del bikini poggiato ad asciugare sulla sedia. 

Forse il personaggio più autentico di tutta la storia è il vescovo, interpretato magistralmente da Peppe Lanzetta, che nel suo essere ripugnante e grottesco mostra tutti i limiti dell’essere umano. Tutto il resto sa un po’ di truffa.

 


mercoledì 23 ottobre 2024

Bartleby, il rifiuto del lavoro e la resistenza passiva

 

‘Preferirei di no’ è l'enigmatico motto di Bartleby, lo scrivano che dopo esserre stato assunto in uno studio legale di Wall Street come copista, si rifiuta di svolgere totalmente il suo lavoro.

Il dramma di Bartleby ha forse a che fare con la ‘copia’. L’impiegato, quando il narratore - nonché il suo datore di lavoro (che in effetti è tanto turbato da questa storia al punto di raccontarla) - gli chiede di svolgere dei compiti per lui, di recarsi alle poste o leggere un documento legale, Bartleby risponde sempre allo stesso modo: “preferirei di no”.

Il dramma del personaggio sta nel non voler accettare qualsiasi tipologia di autorità. Se proprio deve lavorare secondo gli orari stabiliti, Bartleby fa del suo ufficio la sua dimora, la sua residenza abituale. Quando viene scoperto e licenziato dal suo datore di lavoro, che appare tormentato da una lotta interna in cui si alternano utilitarismo e magnanimità, Bartleby non rispetta l’ordine di lasciare lo studio e terminare il rapporto di lavoro. Egli rifiuta, continuando ad occupare l'ufficio e smettendo di svolgere qualsiasi lavoro richiesto. L’unica cosa che fa durante il giorno è fissare i muri, quelli di Wall Street, quelli del carcere in cui in seguito è rinchiuso. E in effetti l'unica cosa in cui riesce è lo 'stare fermo', immobile, come riferisce al suo capo.

La sua protesta passiva lo conduce a non nutrirsi più, rifiutando ogni tipo di dialogo e mettendo in difficoltà non solo gli impiegati dello studio legale in cui lavora ma perfino i dipendenti del carcere che non riescono a farlo mangiare. Bartleby morirà in carcere, rifiutando qualsiasi tipo di dialogo, cibo o richiesta di spiegazioni.

Il rifiuto di Bartleby ha a che fare prima di tutto con la copia, con il bisogno fisiologico di opporsi ad essere considerato un mero scrivano che riporta su un foglio ciò che è stato scritto da altri, con l’accettazione riluttante di essere nessuno, forse un numero, uno qualunque del meccanismo del lavoro inteso come produttività.

Emerge una difficoltà oggettiva da parte di tutto il suo mondo circostante di considerare l’individuo al di fuori del lavoro e delle prestazioni legate alla produttività. Nessuno sa come trattare Bartleby. Ed è proprio questa la sua arma, la sua ricchezza.

Bartleby rappresenta la crisi dell’individualità. Copiare documenti equivale a copiare pensieri, persone, idee e quindi a snaturare se stesso come individuo privandolo di ogni forma di volontà e desiderio. Il nostro protagonista soffre di una depressione dettata dall’assenza di libertà naturale, dall’ingabbiamento in vuoti umani recintati da muri.

Bartleby è una figura controversa, che si presta a più interpretazioni ma mi piace pensare che sia il ‘paziente zero’ di una società che si ribella alle sue assurde regole lavorative. Mi piace pensare che Melville, scrivendolo, abbia formulato un’accusa precisa contro un sistema lavorativo in cui chi non produce muore. Il deserto emozionale e fisico di Bartleby è il nostro deserto prima dell’indottrinamento della società della prestazione, dell’incasellamento emotivo e di quel logoramento dell’anima che fa del dovere il fulcro delle nostre vite. Bartleby spezza questa catena in modo passivo e ne esce vittima ma allo stesso tempo eroe, ci mette in guardia ‘stando immobile’ e la sua immobilità fa da contraltare alla frenesia dei ritmi del lavoro, alle sue convenzioni sterili e disumanizzanti. 

Bartleby muore perché rifiuta il suo mondo, muore dicendo ‘preferirei di no’.



Bartleby è un racconto del 1853 di Herman Melville.

sabato 19 ottobre 2024

Facciamo festa! Ovvero come resistere alla società della prestazione...

 


Quanto facciamo fatica ad essere noi stessi?

Quanto ci disturba oggi stare soli con noi stessi?

Perché sono depresso?

Perché sono iperattivo?

Perché sono in burnout?

Dopo anni di terapia, colui che ha saputo rispondere a tutte questa domande non è stato il mio psicologo ma Byun-Chul Han nel suo saggio ‘La società della stanchezza’.

Siamo ‘soggetti di prestazione’. La prestazione è ciò che ci costringe a lavorare, essere sfruttati e ad autosfruttarci. Quello che chiamiamo  burnout è il risultato di questo sfruttamento e autosfruttamento.

Byun-Chul Han dice che il vero nemico dell’individuo tardo moderno è se stesso. Ciò genera depressione e frustrazione che si esprime in fallimento. Il fallimento deriva proprio da quel tentativo di essere se stessi, dell’affrontare la vita in totale autonomia, accettando un’atomizzazione sociale che ci porta ad essere sempre più soli, in competizione con noi stessi, costretti alla libertà assoluta quando della libertà non sappiamo che farcene o quanto meno come maneggiarla.

La felicità non è più distribuita, come in passato, dalla perfezione morale che ci conduceva alla gratificazione. La nostra imperfezione non ha nulla a che fare con il rispetto delle regole, con il dolore, con un conflitto con l’Altro ma nasce dall’essere soli e liberi di essere noi stessi. Sembrerebbe una cosa buona ma questa libertà  rappresenta in realtà il suopermanente dramma. Kierkegaard diceva che il dramma e la miseria dell’uomo consistono proprio in questo brancolare nel buio, nella permanente indecisione scaturita dalla mancanza di una guida che ci permetta di orientarci.

La gratificazione, che prevede l’esistenza dell’Altro per esistere, ci porta a sviluppare un disturbo narcisistico della personalità che ci spinge ad avere sempre maggior necessità di conferme da parte degli Altri. Sembra molto più comodo dunque rinunciare a se stessi ed autoannullarsi nella depressione piuttosto che annegare nella molteplicità del nostro Io senza una reale direzione o approvazione.

In questo contesto, il mondo digitale in cui viviamo  ci costringe a vivere senza riferimenti reali che oppongano una giusta resistenza. L’Altro sparisce e l’individuo è costretto ad incontrare solo se stesso e provare ad assumere sempre nuove e diverse identità, in linea con quel concetto di flessibilità che gli permette di essere sempre qualcun altro, incrementando la produzione ma non raggiungendo alcun obiettivo realmente desiderato.

Ciò si traduce nell’incapacità di portare a termine qualsiasi progetto in quanto mai confermato, approvato o osteggiato dall’Altro. Penso al protagonista del film Fight Club di David Fincher in cui Jack/Tyler vive lo strazio della dissociazione dell’identità e può risolvere il suo conflitto interiore solo uccidendo una delle sue identità che in questo caso, appunto, coincide con l’eliminare se stesso.

Qual è la causa di questo annichilimento? Secondo Byun-Chul Han  la causa è da rintracciare nella mancanza di un rapporto con l’Altro, nella solitudine scaturita dall’atomizzazione sociale, dalla società digitale multitasking, che genera una passività mortale consumando l’individuo tardo moderno.

Non esiste cura per tutto ciò, in quanto l’uomo tardo moderno, dice l’autore, non è un prodotto della società disciplinare repressiva, e il malessere che ha dentro di se non dipende da fattori esterni ma piuttosto da una mancanza di relazione con fattori esterni. L’eterodirezione della società di massa non esiste più, è annullata, annientata dal mondo del se che non ha più una base reale per essere ciò che è o ciò che non è.

Questo autoriferimento esagerato ci porta ad essere incapaci di fuoriuscire da noi stessi perché non possiamo affidarci agli Altri e siamo quindi costretti a svuotarci fino al logoramento, all’ ‘infarto dell’anima’.

Ne conseguono irritabilità e nervosismo, ma mai rabbia. La rabbia è un sentimento in via di estinzione, richiederebbe un’energia in grado di provocare un mutamento incisivo, di scuotere l’intera esistenza e attivare una rete di anticorpi e di difesa immunitaria naturale. L’irritazione costante, dice Byung-Chul Han, sta alla collera come la paura sta all’angoscia. La collera, come l’angoscia, non si riferisce ad un singolo stato di cose ma all’intera esistenza, negando l’intero. L’individuo si trasforma così in una ‘macchina da prestazione autistica’ affetta da depressione, disturbo dell’attenzione o iperattività. Così, suggerisce l’autore, ‘siamo tutti troppo vivi per morire e troppo morti per vivere’.

 

Cosa può salvarci da questo livellamento sul grado zero? Cosa può riportarci in vita , una vita reale che sia un concetto opposto a quello di morte e autismo identitario?

Le feste, dice Byung-Chul Han. I rituali e le feste.

Perché?

Perché alle feste si consuma ma non si produce. Perché le feste sono occasioni per confrontarsi con la realtà, con un’alterità in carne ed ossa, in cui il valore di mercato o quello virtuale digitale viene sostituito con la dignità di una relazione reale.

Facciamo in modo che l’economia della condivisione produca legami fondati sulla resistenza e sull’essenza e che gli spazi vuoti dell’Io siano colmati da scambi reali in cui siano presenti anche conflitti, in cui siano resistenti anche sentimenti negativi come rabbia e angoscia.




Riferimenti: 

La società della stanchezza, Byung-Chul Han, Edizioni Nottetempo, 2021

Aut-aut, S. Kierkegaard, Mondadori, 1977

Fight Club, David Fincher (film tratto dall'omonima opera di Palahniuk)




lunedì 23 settembre 2024

Di città soffocanti, gente frustrata, vincoli sociali e ragazzini odiosi

 

Nelle strade che percorro giornalmente c’è una nebbia fittissima. Non appena apro la finestra solo macchine, impegnate nello slalom della puntualità quotidiana. I pochi passanti hanno i paraocchi, evitano gli sguardi altrui il più possibile, sembrano dei cadaveri vestiti in bianco e nero, con le facce scavate dall'aria putrida.

Mi perdo negli sguardi delle madri con il fiatone, dei tossici che si trascinano a fatica con gli occhi sgranati, dei vecchietti con il cane da compagnia, dei ragazzi di Glovo con una mano sul cellulare e l’altra sul manubrio della bici. Non mi sento sola, mi sento isolata piuttosto. E così vedo loro, isolati. 

Quando scendo da casa anch'io mi trasformo in uno di loro. La signora che mi cammina accanto trema quando sente dei passi dietro di lei, l’automobilista insulta il conducente dell’auto che gli sta davanti, l'edicolante prega che non entri nessuno a comprare, a giudicare dall'atteggiamento misantropo. Sembrano tutti svogliati e lobotomizzati, come incasellati in cubicoli che non hanno alcuna traccia umana.

Sto solo respirando gas di scarico, penso. Lo repiro da 12 anni o 13. E mi chiedo cosa significherebbe rifiutare tutto questo, rinunciare a questa gabbia per qualche tempo.

Mi pento di vivere così, di aver vissuto così fino a questo momento, mi pento della riservatezza imposta, dei sorrisi forzati e un abbraccio sincero solo ogni tanto, del decoro urbano e di quello che bisogna dire o non dire per non ferire la gente permalosa. Mi pento dei vincoli sociali, di tutte le sovrastrutture mentali che mi fanno diventare un automa.

Non ci sono più panchine, penso. Io mi sedevo spesso sulle panchine, mi piaceva. Le panchine ti permettono di fermarti e osservare un pezzo di città, ammirarla, conoscerla. Le panchine sono luoghi di ritrovo, possono essere luoghi veri ma in qualsiasi comune, da nord a sud, hanno deciso di trasformare quasi tutti gli spazi pubblici in 'non luoghi', togliendo di mezzo qualsiasi supporto per sedersi o facilitare l'aggregazione

Mi sembra che la mia vita sia diventata una vita in punta di piedi, un continuo fare attenzione a non fare casini, offendere o ferire nessuno, a dire le cose giuste al momento giusto, senza il gusto di essere sé stessi o non prendersi sul serio. Sento che il mio desiderio di ironia o spontaneità rovini le giornate alla gente che mi circonda. Tutto questo mi toglie la libertà di essere me, mi paralizza anche negli intenti, nelle passioni, in ogni tipo di azione propulsiva.

Ho anche un altro problema poi, odio i ragazzini di oggi. Si incontrano a casa o al parco ma tengono lo sguardo fisso sul Youtube, Snapchat o TikTok, respingendo qualsiasi tipo di contatto visivo, non vedendo nemmeno che è dallo sguardo che passano le emozioni. Hanno come obiettivo quello di pubblicare migliaia di video e ricevere like dagli altri ragazzini, cercano popolarità con ogni mezzo e non sono disposti ad imparare più nulla dai genitori o dai maestri. Mangiano male e ad ogni ora e non accettano i 'no' come risposta, sono volubili e suscettibili. Crescono interpretando ruoli diversi in ogni momento della giornata cambiando continuamente filtri su Instagram. Credono che tutto ciò che merita di essere visto sia riprodotto da uno schermo, imparano dagli influencer, mestiere che peraltro sognano di fare da adultianziché da un viaggio, una gita, una lezione.  

Pallidi sono, senza amore per gli altri. Fare qualcosa per loro ha senso solo se si può fotografare, postare e ottenere like.

Il mio dolore è estraneo alla volontà di giudizio manichea. Non voglio condannare nessuno né affermare che noi da ragazzini eravamo completamente diversi. 

Dico però che questo cambio generazionale ha palesato una delle mie paure più grandi, ovvero quella del soffocamento dell'individualità, quell'individualità costruita dal confronto con l'altro, il diverso, il nuovo, e che passa attraverso delle emozioni reali, che coinvolgano tutti i 5 sensi. Vivere una vita di finzione costante corrisponde a spazzar via una parte di sé stessi, e se al compiacimento dell'altro corrisponde il compiacimento e la soddisfazione di sè stessi, come si  fa a capire chi si è davvero e come si fa a confrontarsi con la realtà?






giovedì 15 agosto 2024

Cani senza patruni

 



Quannu mi pigghia a malinconia,

quannu mi sentu na cosa inutile o nna 'na strata senza uscita,

quannu mi vennu tutt'i nuoliti ru munnu e mancu mi pozzu addummisciri,

a cosa chiù bella chi mi veni ri pinsari è chi sugnu un cani senza patruni.

Nuddu mi cumanna, chiddu chi mi passa pa tiesta u ricu senza farimi troppi problemi,

mi nni vaiu ri ccà e ri ddà e parru cu tutti, 'nquetu a tutti,

parru cu picciriddi e cristiani, mi fazzu cuntari cosi novi, eccu vuci si mi veni ri ittari vuci, 

riru, chianciu, babbiu, m'arraggiu si mi fannu arraggiari.

Chistu è secunnu mia u sensu ri tutta a me vita e ancora cchiu bellu aviri qualcunu o latu ca t'assicunna,

ca un si nni fa' problemi, qualcunu chi pigghia a vita a ririri e avi siempri 'na parola bona pi tutti,

quarcunu chi biri sulu u suli e che l'acqua u vagna e u ventu l'asciuga.

Senza patruni vogghiu stari, vivere a sentimento, 

senza nuddu chi mi rici 'nzoccu a fari, senza cummattiri chi cristiani ca pensanu sulu a travagghiari futtennu l'avutri, 

cu u piaciri ri parrari chi cristiani, aiutalli, rarici cuntu, vasalli. 

Chianciri 'nsemmula, comu frati, 

e si c'è quarchi problema, abbrazzarinni, caminari sempi rittu, senza lassari nuddu n'arrieri.


Traduzione

Quando mi prende la malinconia, quando mi sento inutile o in una strada senza uscita, quando mi vengono tutte le paranoie possibili e non posso nemmeno dormire, la cosa più bella che mi viene da pensare è che sono un cane senza padrone. Nessuno mi comanda, quello che mi passa per la testa lo dico senza troppi problemi, me ne vado di qua e di là e parlo con tutti, disturbo tutti, parlo con bambini e adulti, mi faccio raccontare cose nuove, urlo se mi viene da urlare, rido, piango, scherzo, mi arrabbio se mi fanno arrabbiare.

Questo è secondo me il senso di tutta la mia vita e ancora più bello è avere accanto qualcuno che ti asseconda, che non si fa problemi, qualcuno che prenda la vita con leggerezza e ha sempre una parola buona per tutti, qualcuno che vede solo il sole, che 'l'acqua lo bagna e il vento l'asciuga'.

Senza padrone voglio stare, vivere a sentimento, senza nessuno che mi dice cosa fare, senza avere a che fare con persone che pensano solo a lavorare fottendo gli altri, con il piacere di parlare con la gente, aiutarla, dargli retta, baciarla. Piangere insieme, come fratelli, se c'è qualche problema, abbracciarci, camminare sempre dritto, senza lasciare nessuno indietro.


sabato 20 aprile 2024

Depressione e narcisismo

 

Sono 300 milioni nel mondo le persone che hanno sofferto almeno una volta di disturbi depressivi. Le donne adulte sono il doppio degli uomini. I bambini no, i bambini sono depressi uguali, maschi e femmine. Questo il dato evidenziato dalla psicoterapeuta Morelli nel podcast Sigmund del Post. Cos’hanno le donne che non va, mi chiedo?

Il carico emotivo ed emozionale, il carico cognitivo, gestionale e logistico.

Quali i sintomi? Tristezza, la perdita di memoria, un basso livello di concentrazione, rallentamento psicomotorio, affaticamento, mal di testa, disturbi gastro intestinali. E la rabbia. La rabbia è un’emozione importante, mi sembra mi caratterizzi da quando ho compiuto 10 anni. Prima c’era una parità di disagio tra bambini, prima dei 10 anni non ci si imbarazzava per niente, non ci si autosvalutava, non esistevano problemi di autostima, il senso di colpa non era un macigno che pesava tanto e i dolori emotivi non arrivavano ancora da tutte le parti.

Non siamo deboli se assumiamo psicofarmaci. Oggi nessuno basta più a sé stesso.

Noi della generazione degli anni 80 abbiamo un trauma che non accomuna tutte le altre generazioni: l’aspettativa, un’aspettativa violenta  che riguarda noi e i nostri possibili fallimenti. Un’eccessiva aspettativa da parte dei nostri genitori, un ipervalutazione e un iperinvestimento su di noi che alla fine non siamo poi così speciali.

Avevo già scritto in passato di questo tema ma non l’avevo collegato alla depressione. Invece questa sembra la sua più evidente causa.

Il tratto che caratterizza un giovane della mia generazione che poi in alcuni casi sviluppa questa patologia è quello del narcisismo. La ‘generazione Narciso’ è quella che non può sbagliare, che non accetta il fallimento e corre ai ripari proteggendosi per non sviluppare ansia, ipocondria e depressione.

La struttura narcisistica ci protegge da un potenziale fallimento che potrebbe essere fatale, dalle critiche che evitiamo attraverso post in cui giustifichiamo chi siamo, cosa facciamo e cosa mangiamo cosicché nessuno possa considerarci dei falliti.

Il fallimento però fa parte della storia evolutiva e pedagogica dell’essere umano e rifiutarlo è pericoloso per la nostra mente oltre che per il nostro corpo. Sono bastati 20 like per dormire sereno, è bastato scrivere su Linkedin che sono diventato account manager e ricevere i complimenti di tre o quattro persone per dare un senso alla mia giornata, è bastata una vendita in cui ho fatto leva sui punti deboli dei miei clienti, una foto in cui cito Proust o semplicemente lo sfoggio di qualche mia abilità fosse anche usare bene Instagram.

Nessuna condanna, non scrivo questo post per  puntare il dito contro qualcuno. Semplicemente dobbiamo esserne consapevoli, perdonare le nostre bugie, le nostre cadute, il nostro non arrivare mai.



domenica 21 gennaio 2024

Lavanderia

Scopa!
- Questa si chiama 'fortuna del principiante' bello mio...
- Intanto sto vincendo io, disse spostandosi il ciuffo nero dagli occhi.
Il vecchio abbozzò un sorriso forzato. La bocca si inarcava a fatica, era come se il suo viso a contatto con l'aria si fosse solidificato fino a mantenere un'espressione sempre uguale. Adesso però, forse per il calore che avvertiva in quella sala, aveva preso a sciogliersi, era più modellabile.
- 11 a 6, ho vinto!
Non erano i panni che giravano, non era nemmeno il rimbombare dei motori delle lavatrici e delle asciugatrici. Non era quel roteare che gli confondeva i pensieri. Era stata l'attesa che aveva preceduto l'arrivo di Giorgio, un bambino calabrese di circa 8 anni con un mazzo di carte in mano e il padre al seguito. In quel tempo lungo di attesa Antonio aveva visto tutto, sua moglie che indossava il vestito di pizzo nero con lo scollo a V, sentito suo padre che lo picchiava per aver usato il banco di scuola come slittino, la maestra Licata gli occhi sgranati di rimprovero, i suoi collant color carne e gli occhiali dalla montatura metallica. Aveva visto suo figlio appena nato e il fasciatoio con la nuvoletta che pendeva dal soffitto sul suo volto sereno. Aveva visto il gres grigio della camera da letto e la galleria Umberto I illuminata a festa, il negozio di saponi e quello dei legumi. Aveva visto le trasferte in Olanda e in Francia, il giorno della sua promozione, i suoi dipendenti inchinarsi ai suoi successi, la sua carriera 'illuminata' e le famiglie che aveva tenuto in vita nonostante la crisi. Infine, aveva visto se stesso, solo e senza una casa, dentro una lavanderia  con le luci al neon e un calore che svanisce quando qualcuno apre la porta.
Mentre pensava sentiva le lacrime, le sentiva sguazzariare dentro, ondeggiare alla ricerca di uno sfogo, le sentiva scontrarsi contro un viso marmoreo che non aveva più fori.
Da quando Laura non era più in casa la sua vita aveva fatto marcia indietro. Suo figlio aveva vinto. Non aveva tempo di occuparsi di loro, diceva. Si era sostituito alla legge, alla famiglia, alla vita di coppia. 
'Tu non mandi tua mamma in ospizio!'
'E perché? Ormai non siete in grado di gestirvi. Tu non sai fare niente e la mamma è andata fuori di testa'
 Antonio quel figlio l'aveva desiderato eppure adesso lo odiava. E non poteva parlare, né contraddire i suoi ragionamenti perché aveva un unico modo di esprimersi, quello della rabbia e della violenza.

'Vuoi la rivincita'?
Antonio riemerse dall'apnea e guardò Giorgio. Aveva la faccia paffuta e un'espressione buona. 
'Si è fatto tardi e i vestiti sono pronti da un pezzo'
'Sì ma non vorresti vincere?'
Antonio guardò il padre di Giorgio e vide che sorrideva. Anche il suo sorriso si sciolse e la sua bocca disegnò spigoli più armoniosi.
-I bambini vogliono vincere, mi disse. Anche i grandi dovrebbero voler vincere un po' di più in effetti.
Antonio rimase in silenzio mentre l'odore di bucato si mischiava alla puzza di scarpe vecchie, le centrifughe giravano e il sapone formava grappoli di bolle che non scoppiavano mai. Vincere... Chissà cosa poteva voler dire per un bambino, pensò. Nella sua vita quelle che aveva reputato le più grandi vittorie si erano poi rivelate le più grandi sconfitte. 
Si tolse la giacca, la poggiò sulla sedia e fece  a Giorgio cenno di dare le carte.

Forse hai ragione, voglio la rivincita.



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